La Storia

Il Teatro Arciliuto è situato all’interno di Palazzo Chiovenda, antica dimora cinquecentesca in Piazza di Montevecchio. Realizzato nei primi anni del XVI secolo accorpando strutture abitative preesistenti su progetto dell’architetto Baldassarre Peruzzi, discepolo di Raffaello, l’edificio poggia sopra le antiche strutture di una villa romana del II secolo, i cui resti sono ancora visibili nei sotterranei del palazzo. Nel fervore della Roma rinascimentale, che proprio allora risorgeva a nuovi fasti dopo secoli di decadenza, non era insolito da parte degli architetti utilizzare come fondamenta per i nuovi palazzi in costruzione le rovine dell’antica Roma imperiale, spogliandole dei marmi a beneficio delle famiglie nobili del tempo. Il Peruzzi non faceva eccezione, lo testimoniano le delicate colonne in marmo pregiato che sorreggono i soffitti a vele incrociate del Salotto Musicale: preziosi reperti di epoca romana sormontati da capitelli in travertino di foggia cinquecentesca.
Leggenda vuole che il palazzo fosse la residenza romana dei signori di Montevecchio, originari di Urbino, e quindi la prima dimora di Raffaello nella città dei papi quando l’artista urbinate, ancora giovanissimo ma già celebre, lasciò la città natale per mettere la sua arte al servizio di Papa Giulio II. Tesi suggestiva che sembrerebbe confermata da un particolare: i locali situati a pianoterra di Palazzo Chiovenda, affacciati sulla piazza di Montevecchio e illuminati internamente da una chiostrina, presentano effettivamente un piccolo affresco a lunetta raffigurante una Madonna con Bambino che certamente è di scuola raffaelliana. Quegli stessi locali, oggi il Salotto Musicale del Teatro Arciliuto, sono da sempre noti nel quartiere come “studiolo d’artista”. Non c’è da stupirsi se qualcuno si spinge persino a dire “studiolo di Raffaello”.
Questa la leggenda. La verità storica, tuttavia, è altra cosa.
Certo è che Raffaello, tra il 1516 e il 1517, lavorò alle decorazioni della vicina chiesa di Santa Maria della Pace, opera cui partecipò anche il Peruzzi. Ma a quel tempo l’artista non poteva essere ospite dei suoi aristocratici concittadini. Questo perché Piazza di Montevecchio non deve affatto il suo nome al casato dei Conti di Montevecchio, i quali con ogni probabilità non vi hanno mai messo piede. Il “monte” di cui si parla è in realtà il Monte di Pietà, istituito da Papa Sisto V nel rione Ponte e in seguito trasferito altrove. Quando, nel 1752, per volere di Clemente VIII la pia istituzione venne spostata nei pressi del ponte gianicolense, la piazzetta che delimitava il luogo dove sorgeva l’antico Monte divenne per tutti “piazza del Monte vecchio”, da cui Montevecchio.
Sebbene non sia mai stato abitato dai Conti di Montevecchio e difficilmente abbia ospitato lo studiolo di Raffaello, il palazzo disegnato dal Peruzzi ha conosciuto nel corso dei secoli numerosi proprietari ed è passato di mano in mano, in una successione di epoche e mode diverse e di diversi signori che di volta in volta hanno vissuto all’interno delle sue mura. L’ultima casata, i Chiovenda, alienò il palazzo nella prima metà del ‘900. Da allora la proprietà fu frazionata, i locali interni destinati alle utilizzazioni più disparate. Le delicate colonne romane e l’affresco della Madonna con Bambino furono muti testimoni prima di una gelateria, poi di un laboratorio di falegnameria. Tutto questo fino al 1966.
Nell’ottobre del 1966, un poeta e moderno cantastorie di origine napoletana sta cercando un luogo a Roma dove coltivare serenamente la sua arte e mettere finalmente radici, dopo tanto viaggiare in giro per il mondo.
Ecco come Enzo Samaritani racconta nelle sue memorie il suo arrivo a Piazza di Montevecchio:

Traversammo Piazza Navona assolata. (…) Percorremmo Via di Tor Millina, sostammo qualche minuto in Piazza della Pace per permettere il passaggio di un carretto pericolosamente stracarico di anticaglie. Con quel sole, la splendida chiesa di S. Maria della Pace era quasi abbagliata, dava l’assurda sensazione di stare guardando un fondale di teatro sospeso nell’aria.
Imboccammo il contorto Vicolo dell’Oste. Il sole giocava con gli angoli dei tetti e proiettava a terra triangoli di ombre. Passammo di fronte alla Trattoria del Carbonaro e ai cadenti palazzi anneriti dal tempo. A sinistra, l’ex-palazzetto di giustizia di Sisto V. Accanto a questo un altro più stretto, con tanto di nome di proprietà: “Casa di Pietro Baronchelli”. Poi un altro ancora, più nobile di architettura e di grandezza, che dava il nome anche al piccolo slargo nel quale arrivammo: Piazzetta di Montevecchio, pare dal nome di un casato di duchi o conti. Era quello il posto!
Curioso. Erano passati perlomeno quindici anni dall’ultima volta che avevo fatto quel percorso, mi ricordavo l’allegro mercatino della frutta e verdura che si vedeva prima del Vicolo dell’Oste. Ero, allora, approdato proprio in quella piazzetta di Montevecchio e mi ero fermato a guardare quel palazzo, proprio come stavo facendo ora con Paolo.
La sensazione che fosse destino che io mi trovassi lì era fortissima. Quel palazzo determina la piazza, con tre portali alla base che accompagnano il declivio della stradina che conduce alla Via dei Coronari e scivola dolcemente verso Tor di Nona dove anticamente, prima della costruzione dei muraglioni del Lungotevere, c’era l’approdo di piccole barche per la pesca.
Quei tre portali rappresentavano non solo una logica architettonica, ma soprattutto l’aspetto organizzativo della vita sociale di una certa nobiltà del quindicesimo secolo. Il portale più piccolo, occupato ora da un laboratorio di restauro, era l’ingresso privato dei signori: attraverso un corridoio con volta a botte e vele incrociate, portava sia alla scala per il piano nobile che all’impluvio centrale del palazzo. Il portale successivo, più grande, era l’ingresso di rappresentanza che si apriva solo per i grandi ricevimenti e l’ultimo, ancora più grande, utilizzato ora come garage per i condòmini, era un tempo la rimessa delle carrozze e la stalla per i cavalli.
Non che oggi sia cambiato niente: a distanza di cinquecento anni, le case borghesi contemporanee si costruiscono ancora con lo stesso criterio. Doppio ingresso, uno padronale e l’altro di servizio, cantina e posto macchina.
Paolo mi guidò nella bottega del restauratore, un lungo corridoio stracolmo di tavolacce vecchie, cornici appoggiate alle pareti, modelli per intarsio, scalpelli, pialle e piallette, martelli e tanta polvere e segatura dappertutto. L’artigiano, un uomo piccolo e magro dagli occhi vivaci, ci spiegò che il suo locale era tutto lì, ma che oltre la parete in fondo c’erano altre due stanze molto ampie, occupate da un falegname.
Andammo a cercare il falegname.
Questa volta entrammo dal portone principale. Nell’androne sentimmo il ronzio di una sega circolare provenire da una piccola porta a sinistra. Entrammo. La prima cosa che vidi, quasi sommerse da scheletri di mobili e tavole piallate, furono tre colonne romane. Reggevano degli archi e delle volte a vele incrociate. Si intravedeva, a sinistra, una grande finestra incorniciata di travertino e protetta da un’antica inferriata.
Avanzammo con difficoltà tra un mobile e l’altro per raggiungere l’altra stanza, guidati dal rumore della sega. Una serie di lunette decorava il soffitto a volta unica. A sinistra, un grande arco sorretto anch’esso da colonne apriva a un’ampia nicchia, soffocata di tavole grezze e pezzacci di legno.
Il falegname ci accolse quasi con sollievo. «Sono stanco di fare questo mestiere» disse, «si guadagna troppo poco, e la fatica è tanta. E poi», aggiunse, «sono solo. Non ho nessuno cui lasciare la falegnameria».
«Sarebbe disposto allora ad affittare il locale? », chiese Paolo.
L’altro aprì le braccia.
«Beh, se mi date una pensione... »
Uscimmo di nuovo al sole. Io non stavo più nella pelle. Si poteva fare! Quel palazzo era perfetto. Dopo tanto cercare, sentivo per la prima volta che potevo creare il mio giardino, con tanto di fiori-musica e di alberi-poesia. Un giardino con siepi e prati ben potati, con aiuole di rose, primule, viole e girasoli. Un giardino pubblico, dove chiunque potesse andare a respirare una boccata di aria buona (…).

da “Il Pane del Girasole”, di Enzo Samaritani.

Il Teatro Arciliuto viene inaugurato l’11 novembre 1967. Da allora, Enzo Samaritani porta avanti la sua ricerca dedicata alla bellezza, insieme a un’appassionata campagna in difesa delle lingue e dei dialetti.

 


The History 
back to the top

Unique in its kind, the Arciliuto theatre, is a place exclusively dedicated to music and poetry. The life and soul of our work consist into uphold languages and dialect trying to point out the best music and poetry that time has not carried away. The theatre is open every evening from 10 p.m. until 1.30 a.m. Sunday closed.
The theatre is divided in two different spaces. On the main floor is the "Salotto musicale" for poetry and music. Enzo Samaritani sings with his guitar accompanied by his musician at piano, mandolin, and violin, are giving a special show based on many different kinds of italian culture and expression. Few steps underground there is a "Villa Romana" from the II century B.C. Today has been created an Anfitheatre for shows, concerts, recitals for larger groups and congresses, with dinner or buffet. Please reserve.

 


L'Istoire  
back to the top


Le Théâtre Arciliuto se trouve dans le Palazzo Chiovenda, une ancienne demeure du XVIe siècle située à Piazza di Montevecchio. Réalisé au tout début du XVIe siècle en unissant des structures de bâtiments préexistants, sur le projet de l’architecte Baldassarre Peruzzi, élève de Raphaël, l’édifice repose sur les anciennes structures d’une villa romaine du IIe siècle, dont les restes sont encore visibles dans les souterrains du Palazzo. Dans la ferveur de la Rome de la Renaissance, qui renaissait justement à cette époque à des nouveaux fastes après des siècles de décadence, il n’était pas inhabituel de voir les architectes utiliser comme fondations pour les palazzi en construction les vestiges de l’ancienne Rome impériale, en les dépouillant de leurs marbres au profit des familles nobles de l’époque. Peruzzi n’échappa pas à la règle, comme le témoignent les délicates colonnes en marbre précieux qui soutiennent les plafonds à arcades croisées du Salon Musical : des pièces uniques de l’époque romaine surmontées de chapiteaux en travertin à la manière du XVIe siècle.
La légende veut que le palais fut la résidence romaine des seigneurs de Montevecchio, originaires de Urbino, et ensuite la première demeure de Raphaël dans la ville des papes lorsque l’artiste urbinate, encore tout jeune, mais déjà célèbre, quitta sa ville natale pour mettre son art au service du Pape Jules II. Une thèse suggestive qui semblerait confirmée par un détail : dans les locaux situés au rez-de-chaussée du Palais Chiovenda, donnant d'un côté sur Piazza di Montevecchio et de l’autre sur un petit cloître, on peut admirer une petite fresque à lunette représentant une Madone à l’Enfant attribuée à l’école de Raphaël. Ces mêmes locaux, qui accueillent aujourd’hui le Salon Musical du Théâtre Arciliuto, sont connus depuis toujours dans le quartier comme le “petit atelier d’artiste”. Et on ne doit donc pas s’étonner si certains vont même jusqu’à l’appeler le “petit atelier de Raphaël”.
Voici la légende. Mais la vérité historique est différente.
Ce qui est sûr c’est que Raphaël travailla, entre 1516 et 1517, aux décorations de l’église voisine de Santa Maria della Pace, un ouvrage auquel participa également Peruzzi. Mais à cette époque, l’artiste ne pouvait pas être l’hôte de ses concitoyens aristocrates, car la Piazza di Montevecchio ne doit pas du tout son nom à la famille des Comtes de Montevecchio qui, selon toute probabilité, n’y ont jamais mis les pieds. Le “monte” dont on parle est le Mont-de-Piété, qui fut institué par le Pape Sixte V dans le quartier Ponte et déplacé ensuite. Lorsqu’en 1752, obéissant à la volonté de Clément VIII, la pieuse institution fut déplacée près du pont Gianicolense, la petite place qui délimitait l’endroit où s’élevait l’ancien Mont-de-Piété devint pour tous la “piazza del Monte vecchio”, d’où le nom de Montevecchio.
Bien qu’il n’ait jamais été habité par les Comtes de Montevecchio et qu’il ait difficilement accueilli l’atelier de Raphaël, le Palazzo dessiné par Peruzzi a connu au cours des siècles des nombreux propriétaires et est passé de main en main, dans une succession d’époques et de modes différentes et de différents seigneurs qui y ont résidé. La dernière famille, les Chiovenda, vendit le palais dans la première moitié du XXe siècle. Depuis lors, la propriété est fractionnée et les locaux ont été destinés aux usages les plus disparates. Les délicates colonnes romaines et la fresque de la Madone à l’Enfant furent les témoins muets d’abord d’un glacier puis d’un atelier de menuiserie. Tout cela jusqu’en 1966.
En octobre 1966, un poète et ménestrel moderne d’origine napolitaine est en quête d’un endroit, à Rome, où cultiver sereinement son art et enfin s’installer, après avoir tant voyagé de par le monde.
Voici comment Enzo Samaritani raconte dans ses mémoires son arrivée à Piazza di Montevecchio :

Nous avons traversé Piazza Navona inondée de soleil. (…) Nous avons parcouru Via di Tor Millina et nous nous sommes arrêtés un instant à Piazza della Pace pour laisser passer une charrette surchargée de vieilleries. Avec ce soleil, la splendide église de Santa Maria della Pace était presque éblouissante et on avait l’absurde sensation d’être en train de regarder un fond de scène de théâtre suspendu dans l’air.
Nous nous sommes engagés dans le tortueux Vicolo dell’Oste. Le soleil jouait avec les angles des toits et projetait des triangles d’ombre sur le sol. Nous sommes passés devant la Trattoria del Carbonaro et les maisons croulantes noircies par le temps. A gauche, l’ancien petit palais de justice de Sixte V. A côté, une autre demeure plus étroite, arborant le nom du propriétaire de l’époque : “Casa di Pietro Baronchelli”. Puis une autre encore, plus grande et d’une plus noble architecture, qui donnait aussi son nom à la petite place sur laquelle nous arrivâmes : la Piazzetta di Montevecchio, à ce qu’il semble du nom d’une famille de ducs ou de comtes. Nous étions arrivés !
C’est curieux. Quinze années au moins s’étaient écoulées depuis la dernière fois que j’avais fait ce chemin et je me souvenais du petit marché de fruits et légumes juste avant Vicolo dell’Oste. A l’époque, j’étais justement arrivé sur cette petite place di Montevecchio et je m’étais arrêté pour regarder ce Palazzo, exactement comme j’étais en train de le faire à présent avec Paolo.
La sensation que c’était le destin qui m’avait conduit là était très forte. Ce Palazzo délimite la place, avec à sa base trois portails qui accompagnent la pente de la ruelle qui conduit à Via dei Coronari et qui descend doucement vers Tor di Nona où, autrefois, avant la construction des murailles du Lungotevere, abordaient des petits barques de pêche.
Ces trois portails représentaient non seulement une logique architecturale, mais surtout l’organisation de la vie sociale d’une certaine noblesse du quinzième siècle. Le plus petit, occupé à présent par un atelier de restauration, était l’entrée privée des maîtres des lieux : un couloir avec une voûte en berceau et à arcades croisées menait à la fois à l’escalier conduisant au premier étage et à l’impluvium central du Palazzo. Le portail suivant, plus grand, était l’entrée de représentation qui n’était ouverte que pour les grandes réceptions, et le dernier, encore plus grand, utilisé à présent par les copropriétaires comme un garage, était autrefois la remise pour les voitures et l’écurie.
Les choses ne sont pas différentes de nos jours : cinq siècles plus tard, les maisons bourgeoises contemporaines sont encore construites avec le même critère. Double entrée, une principale et l’autre de service, cave et garage.
Paolo me conduisit dans l’atelier du restaurateur, un long couloir rempli de vieilles planches, de cadres appuyés contre le mur, de modèles de marqueterie, de butoirs, de rabots et de marteaux, avec de la poussière et de la sciure partout. L’artisan, un petit homme maigre au regard vif, nous expliqua que tout son atelier était là, mais que derrière le mur, au fond, il y avait deux très grandes pièces, occupées par un menuisier.
Nous allâmes chercher le menuisier.
Cette fois nous entrâmes par la grande porte cochère. Sous le porche, nous entendîmes le bruit d’une scie circulaire venir d’une petite porte à gauche. Nous entrâmes. La première chose que je vis, presque recouvertes de squelettes de meubles et de planches rabotées, furent trois colonnes romaines. Elles soutenaient des arcs et des voûtes à arcades croisées. On entrevoyait, à gauche, une grande fenêtre encadrée de travertin et protégée par une ancienne grille.
Nous avançâmes avec difficulté entre un meuble et l’autre pour atteindre l’autre pièce, guidés par le vrombissement de la scie. Une série de lunettes décorait le plafond à voûte unique. A gauche, un grand arc soutenu lui aussi par des colonnes menait à une grande niche, dans laquelle s’entassaient des planches et des morceaux de bois.
Le menuisier nous accueillit presque avec soulagement. «Je suis las de faire ce métier» nous dit-il, «on ne gagne pas assez et il y a beaucoup de travail. Et puis», ajouta-t-il, «je suis seul. Je n’ai personne à qui laisser ma menuiserie».
«Seriez-vous alors disposé à louer les locaux ? », demanda Paolo.
L’autre écarta les bras.
«Ma foi, si vous me donnez une pension... »
Nous ressortîmes au soleil. Je ne me tenais plus de joie. Enfin ! Ce Palazzo était parfait. Après avoir si longtemps cherché, je sentais pour la première fois que je pouvais créer mon jardin, avec des fleurs-musique et des arbres-poésie. Un jardin avec des haies et des pelouses bien taillées, avec des parterres de roses, de primevères, de violettes et de tournesols. Un jardin public, dans lequel quiconque aurait pu aller respirer un peu d’air frais (…).

de “Il Pane del Girasole”, par Enzo Samaritani.


Le Théâtre Arciliuto fut inauguré le 11 novembre 1967. Depuis lors, Enzo Samaritani poursuit sa recherche consacrée à la beauté et sa campagne passionnée en défense des langues et des dialectes.

 


La Historia
 
back to the top


El Teatro Arciliuto està situado en Plaza de Montevecchio 5-6.
Se dice que el nombre deriva de la casa del duque de Montevecchio,situada en dicha plaza.El era un señor de antigua nobleza del siglo XV,alrededor del 1460,cuyos descendientes son propietarios hoy del castillo “Montevecchio” de epoca medieval,situado en Umbria en Castel Viscardo.Pasado a la historia del s. XX como Palacio “Chiovenda” del jurista Giuseppe,1872-1937 profesor de derecho de la Universidad de Roma.
Realizado en la segunda mitad del s. XV,agrupando edificios preexistentes segun el proyecto del arquitecto Baldasarre Peruzzi,discipulo de Rafael Sanzio.
El edificio se apoya sobre los restos de una casa romana del II s.A.C.,cuyos restos son todavia visibles en el interior del edificio.
En el fervor de la Roma renacentista,que justo entonces resurgia a nuevos lujos dopo siglos de decadencia ,era generalizado por parte de los arquitectos utilizar como fundamentos para nuevos edificios en costrucciòn, las ruinas de la antigua Roma Imperial.
Peruzzi non era una ecepciòn,lo testimonian las delicadas colunnas de bellisimo marmol que sostiene el techo del “Salòn musical”,citadas en “Marmoles de Roma” ,con capiteles en travertino de estilo quattrocentesco.
Se dice que la casa era la residencia romana del Duque de Montevecchio oriundo de Urbino,y se piensa que fue la primera demora de Rafael Sanzio,huesped del Duque de Montevecchio en la ciudad de los Papas, cuando el artista,todavia muy joven pero ya famoso,dejò su ciudad natal para poner su arte al servicio del Papa Julio II.Tesis sugestiva que parece confirmada por un detalle: en el atrio de la casa,comprada sucesivamente por Chiovenda en el siglo XX,se encuentra un pequeño fresco a “lunetta” que representa La Virgen con el Nino seguramente de la Escuela de Raffael.
Esas habitaciones,hoy salòn musical del Arciliuto han sido siempre conocidos como el Estudio del artista.Algunos lo llaman tambien el Estudio de Rafael Sanzio.
Estos son los recuerdos.La verdad historica està màs o menos documentada.
Es cierto que Rafael Sanzio vino a Roma en el 1498 y que entre el 1516 y 17 trabajò en los frescos de la “Sibilas” en le iglesia cercana a Santa Mara de la Paz,donde trabajaron tambien Peruzzi y Miguel Angel;el altar mayor es de Pedro de Cortona.
En aquel tiempo el artista ya tenia casa propia en Corso Vittorio Emanuele II,hoy “Museo Barracco”.
La palabra Montevecchio ha creado confusiòn con el Vecchio Monte de Piedad,situado en el edificio de al lado que tiene la entrada en via dei Coronari,con una placa commemorativa,istituido por el Papa Sisto V en el barrio Ponte y despues cambiado de sitio.
Cuando en el 1752,por deseo de Clemente VIII la dicha instituciòn fue trasladada cerca del Ponte Sisto V , la plazita donde estaba antes el Monte de Piedad,se llamò del Monte Vecchio (antiguo),olvidando la memoria precedente del Duque de Montevecchio.
El palacio,dibujado por Peruzzi ha conocido durante el trascurrir de los siglos tantos propietarios en una sucesiòn de epocas y modas diversas.
Los ultimos habitantes ,los Chiovenda familia del famoso jurista Giuseppe,hipotecaron el edificio en la primera mitad del ‘900.
Desde entonces la propiedad fue dividida,y las habitaciones dedicadas a usos muy variados.Las delicadas colunnas romanas y el fresco de Rafael fueron cubiertos de cal y estuco,testigos mudos primero de una heladeria,despues de una carpinteria.Todo esto hasta el 1966 en que fuè restaurado.
En octubre de 1966 un poeta y moderno canta-historias de origen napoletana,està buscando un lugar en Roma donde cultivar con serenidad su arte y echar raices finalmente,despues de tanto viajar.
Asi describe su llegada a la plaza de Montevecchio Enzo Samaritani en su libro “El pan de girasol”:

Paolo Montagni y yo atravesamos la soleada plaza Navona.Recorrimos via de Tor Millina y nos detuvimos algunos minutos en la Piazza della Pace para permitir el paso a un carrito peligrosamente lleno de cosas antiguas.
Con aquel sol,la espendida iglesia de S. Maria della Pace era casi deslumbrada,daba la extrana sensaciòn de estar mirando un palco de teatro sospendido en el aire..
Pasamos por el retorcido vicolo dell’Oste.El sol jugaba con los angulos de los tejados proyectando en el pavimento triangulos de sombra.Pasamos enfrente a la trattoria del Carbonaro y a los edificios estropeados por el pasar del tiempo.
A la izquierda,el ex-palacio de Justicia de Sisto V,junto a este otro mas estrecho con escrito el nombre del propietario “Casa de Pietro Baronchelli”.Despues otro mas noble como linea y grandeza,que daba el nombre a la plazita donde llegamos:Plazita de Montevecchio,nombre de una familia noble.Ese era el sitio!.
Curioso.Habian pasado por lo menos 15 años desde la ultima vez que habia hecho ese recorrido,me acordaba del alegre mercadillo de la fruta y verdura que se veia antes del Vicolo dell’Oste.Habia llegado entonces en aquella plazita de Montevecchio y me habia parado a mirar el edificio,lo mismo que estaba haciendo ahora con Paolo.
Tenia la fuerte sensacion que el destino queria que yo me encontrara alli.
Aquel edificio determina la plaza,con tres portales de entrada que acompañan el pequeño desnivel de la callecita que conduce a via dei Coronari y va suavemente hacia Tor di Nona,donde antiguamente antes de la costruccion de los margenes del Lungotevere,atracaban las pequeñas barcas de pesca.
Esos tres portales representaban no solo una logica arquitectonica,sino sobre todo el aspecto organizativo de la vida social de una cierta nobleza del s. XV . El portal mas pequeño ocupado ahora por un taller de restauro era la entrada privada de los senores:a traves de un corredor se llegaba a la escalera que llevaba al piso noble y a la zona central del palacio.El portal sucesivo,mas grande era la entrada importante que se abria solo para los grandes recibimientos. Y el ultimo,todavia mas grande,utilizado ahora como garage era donde se guardaban las carrozas con la cuadra para los caballos.
Al dia de hoy se ha cambiado poco:a distancia de quinientos años las casas de la borguesìa se costruyen con el mismo criterio.Doble entrada,una para los dueños y otra para el personal de servicio,bodega y garage..
Paolo me acompañò al estudio del restaurador,un largo corredor llenisimo de madera vieja,marcos apoyados a la pared,modelos para el intarsio, martillos y demàs instrumentos de trabajo,mucho polvo y serrìn por doquier.El artesano,hombre bajito y delgado con los ojos vivaces,nos explicò que su local era todo lo que veiamos,pero que detràs de la pared del fondo habia otras dos hacitaciones muy grandes,ocupadas por un carpintero.
Entramos a buscarlo.
Esta vez entramos por la puerta principal.En el zaguàn oimos el rumor de una sierra circular que provenia de una pequeña puerta a la izquierda.
Entramos.La primera cosa que vi,casi sumergidas de esqueletos de muebles y mesas fueron tres colunnas romanas.Regian los arcos y el techo abovedado.
Se adivinaba a la izquierda una gran ventana emmarcada con marmol travertino y protegida por una antigua reja.
Caminabamos con dificultad entre un mueble y otro para pasar a la otra habitacion,guiados por el ruido de la sierra.Una serie de lunetas decoraba el techo a boveda .
A la izquierda,un grande arco soportado por colunnas daba a una gran hornacina llena de tablas y pedazos de madera.
El carpintero con acogiò con con cierto placer:”Estoy cansado de hacer este trabajo”,dijo,”se gana poco,y con gran esfuerzo.Ademas estoy solo y no tengo a nadie a quien dejar la carpinteria”.Paolo entonces dijo “estarìa dispuesto entonces a alquilar su local?”.
El otro abriò la boca.”Si me dais una pensiòn...”
Salimos de nuevo al sol.Yo no cabia en mi¡Se podia hacer!.Aquel sitio era perfecto.Despues de tanto buscar,sentia por primera vez que podia crear mi jardin,con flores-musica y arboles-poesia.Un jardin con prados bien cuidados,con rosas,primulas,violetas y girasoles.Un jardin publico donde quien lo quisiera pudiera ir a respirar un poco de aire limpio...”

trascrito de “Il pane del Girasole” di Enzo Samaritani.

El teatro Arciliuto fuè inaugurado el 11 de noviembre de 1967.Desde entonces Enzo Samaritani se dedica a ofrecer belleza y una apasionada defensa de los varios idiomas y dialectos.

 


Das Historisc
back to the top

Das Theater L'Arciliuto, einzig in seiner Art, ist ausschließlich der Poesie und der Musik gewidmet. Die Bewahrung der Sprachen und Dialekte insbesondere jener Dichter, die die Dichtung seit Jahrhunderten prägten, und uns bis heute in die Welt der Dichtung führen, sind fondamental für das Theater L'Arciliuto.
Das Theater ist jeden Abend von 22 bis 1.30 Uhr geöffnet. Sonntags geschlossen.
Jeden Abend präsentieren Enzo Samaritani und seine Musiker eine außergewöhnliche Vorstellung, welche der italienischen Dichtung und Musik gewidmet ist. Diese findet im "Salotto musicale" statt und wird auch zum Verstehen unserer Gäste ins Deutsche übersetzt und erklärt. Enzo Samaritani vertont und singt mit seiner Gitarre italianische Gedichte und Lieder verschiedener Dialekte und Ausdrucksmöglichkeiten, begleitet von seinen Musikern mit Pianoforte, Mandoline, Gitarre und Violine. Das Theater L'Arciliuto ist eines der interessantesten Gebäude im historischen Zentrum Roms. Die "Villa Romana" entstand im II. Jahrhundert v. Chr. Wo sich jeztz im unterem Teil das Amphitheater befindet. Dort finden Konzerte und kulturelle Veranstaltungen für größere Gruppen sowie Kongresse u. ä. statt. Diese Vorführungen sind mit einem vollständigen italienischen Abendessen, bzw. Buffet verbunden. Wir bitten um Anmeldung.