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La storia del teatro Arciliuto.


Il Teatro Arciliuto è situato all’interno di Palazzo Chiovenda, antica dimora cinquecentesca in Piazza di Montevecchio. Realizzato nei primi anni del XVI secolo accorpando strutture abitative preesistenti su progetto dell’architetto Baldassarre Peruzzi, discepolo di Raffaello, l’edificio poggia sopra le antiche strutture di una villa romana del II secolo, i cui resti sono ancora visibili nei sotterranei del palazzo. Nel fervore della Roma rinascimentale, che proprio allora risorgeva a nuovi fasti dopo secoli di decadenza, non era insolito da parte degli architetti utilizzare come fondamenta per i nuovi palazzi in costruzione le rovine dell’antica Roma imperiale, spogliandole dei marmi a beneficio delle famiglie nobili del tempo. Il Peruzzi non faceva eccezione, lo testimoniano le delicate colonne in marmo pregiato che sorreggono i soffitti a vele incrociate del Salotto Musicale: preziosi reperti di epoca romana sormontati da capitelli in travertino di foggia cinquecentesca.
Leggenda vuole che il palazzo fosse la residenza romana dei signori di Montevecchio, originari di Urbino, e quindi la prima dimora di Raffaello nella città dei papi quando l’artista urbinate, ancora giovanissimo ma già celebre, lasciò la città natale per mettere la sua arte al servizio di Papa Giulio II. Tesi suggestiva che sembrerebbe confermata da un particolare: i locali situati a pianoterra di Palazzo Chiovenda, affacciati sulla piazza di Montevecchio e illuminati internamente da una chiostrina, presentano effettivamente un piccolo affresco a lunetta raffigurante una Madonna con Bambino che certamente è di scuola raffaelliana. Quegli stessi locali, oggi il Salotto Musicale del Teatro Arciliuto, sono da sempre noti nel quartiere come “studiolo d’artista”. Non c’è da stupirsi se qualcuno si spinge persino a dire “studiolo di Raffaello”.
Questa la leggenda. La verità storica, tuttavia, è altra cosa.
Certo è che Raffaello, tra il 1516 e il 1517, lavorò alle decorazioni della vicina chiesa di Santa Maria della Pace, opera cui partecipò anche il Peruzzi. Ma a quel tempo l’artista non poteva essere ospite dei suoi aristocratici concittadini. Questo perché Piazza di Montevecchio non deve affatto il suo nome al casato dei Conti di Montevecchio, i quali con ogni probabilità non vi hanno mai messo piede. Il “monte” di cui si parla è in realtà il Monte di Pietà, istituito da Papa Sisto V nel rione Ponte e in seguito trasferito altrove. Quando, nel 1752, per volere di Clemente VIII la pia istituzione venne spostata nei pressi del ponte gianicolense, la piazzetta che delimitava il luogo dove sorgeva l’antico Monte divenne per tutti “piazza del Monte vecchio”, da cui Montevecchio.
Sebbene non sia mai stato abitato dai Conti di Montevecchio e difficilmente abbia ospitato lo studiolo di Raffaello, il palazzo disegnato dal Peruzzi ha conosciuto nel corso dei secoli numerosi proprietari ed è passato di mano in mano, in una successione di epoche e mode diverse e di diversi signori che di volta in volta hanno vissuto all’interno delle sue mura. L’ultima casata, i Chiovenda, alienò il palazzo nella prima metà del ‘900. Da allora la proprietà fu frazionata, i locali interni destinati alle utilizzazioni più disparate. Le delicate colonne romane e l’affresco della Madonna con Bambino furono muti testimoni prima di una gelateria, poi di un laboratorio di falegnameria. Tutto questo fino al 1966.
Nell’ottobre del 1966, un poeta e moderno cantastorie di origine napoletana sta cercando un luogo a Roma dove coltivare serenamente la sua arte e mettere finalmente radici, dopo tanto viaggiare in giro per il mondo.
Ecco come Enzo Samaritani racconta nelle sue memorie il suo arrivo a Piazza di Montevecchio:



Traversammo Piazza Navona assolata. (…) Percorremmo Via di Tor Millina, sostammo qualche minuto in Piazza della Pace per permettere il passaggio di un carretto pericolosamente stracarico di anticaglie. Con quel sole, la splendida chiesa di S.Maria della Pace era quasi abbagliata, dava l’assurda sensazione di stare guardando un fondale di teatro sospeso nell’aria.
Imboccammo il contorto Vicolo dell’Oste. Il sole giocava con gli angoli dei tetti e proiettava a terra triangoli di ombre. Passammo di fronte alla Trattoria del Carbonaro e ai cadenti palazzi anneriti dal tempo. A sinistra, l’ex-palazzetto di giustizia di Sisto V. Accanto a questo un altro più stretto, con tanto di nome di proprietà: “Casa di Pietro Baronchelli”. Poi un altro ancora, più nobile di architettura e di grandezza, che dava il nome anche al piccolo slargo nel quale arrivammo: Piazzetta di Montevecchio, pare dal nome di un casato di duchi o conti. Era quello il posto!
Curioso. Erano passati perlomeno quindici anni dall’ultima volta che avevo fatto quel percorso, mi ricordavo l’allegro mercatino della frutta e verdura che si vedeva prima del Vicolo dell’Oste. Ero, allora, approdato proprio in quella piazzetta di Montevecchio e mi ero fermato a guardare quel palazzo, proprio come stavo facendo ora con Paolo.
La sensazione che fosse destino che io mi trovassi lì era fortissima. Quel palazzo determina la piazza, con tre portali alla base che accompagnano il declivio della stradina che conduce alla Via dei Coronari e scivola dolcemente verso Tor di Nona dove anticamente, prima della costruzione dei muraglioni del Lungotevere, c’era l’approdo di piccole barche per la pesca.
Quei tre portali rappresentavano non solo una logica architettonica, ma soprattutto l’aspetto organizzativo della vita sociale di una certa nobiltà del quindicesimo secolo. Il portale più piccolo, occupato ora da un laboratorio di restauro, era l’ingresso privato dei signori: attraverso un corridoio con volta a botte e vele incrociate, portava sia alla scala per il piano nobile che all’impluvio centrale del palazzo. Il portale successivo, più grande, era l’ingresso di rappresentanza che si apriva solo per i grandi ricevimenti e l’ultimo, ancora più grande, utilizzato ora come garage per i condòmini, era un tempo la rimessa delle carrozze e la stalla per i cavalli.
Non che oggi sia cambiato niente: a distanza di cinquecento anni, le case borghesi contemporanee si costruiscono ancora con lo stesso criterio. Doppio ingresso, uno padronale e l’altro di servizio, cantina e posto macchina.
Paolo mi guidò nella bottega del restauratore, un lungo corridoio stracolmo di tavolacce vecchie, cornici appoggiate alle pareti, modelli per intarsio, scalpelli, pialle e piallette, martelli e tanta polvere e segatura dappertutto. L’artigiano, un uomo piccolo e magro dagli occhi vivaci, ci spiegò che il suo locale era tutto lì, ma che oltre la parete in fondo c’erano altre due stanze molto ampie, occupate da un falegname.
Andammo a cercare il falegname.
Questa volta entrammo dal portone principale. Nell’androne sentimmo il ronzio di una sega circolare provenire da una piccola porta a sinistra. Entrammo. La prima cosa che vidi, quasi sommerse da scheletri di mobili e tavole piallate, furono tre colonne romane. Reggevano degli archi e delle volte a vele incrociate. Si intravedeva, a sinistra, una grande finestra incorniciata di travertino e protetta da un’antica inferriata.
Avanzammo con difficoltà tra un mobile e l’altro per raggiungere l’altra stanza, guidati dal rumore della sega. Una serie di lunette decorava il soffitto a volta unica. A sinistra, un grande arco sorretto anch’esso da colonne apriva a un’ampia nicchia, soffocata di tavole grezze e pezzacci di legno.
Il falegname ci accolse quasi con sollievo. «Sono stanco di fare questo mestiere» disse, «si guadagna troppo poco, e la fatica è tanta. E poi», aggiunse, «sono solo. Non ho nessuno cui lasciare la falegnameria».
«Sarebbe disposto allora ad affittare il locale? », chiese Paolo.
L’altro aprì le braccia.
«Beh, se mi date una pensione... »
Uscimmo di nuovo al sole. Io non stavo più nella pelle. Si poteva fare! Quel palazzo era perfetto. Dopo tanto cercare, sentivo per la prima volta che potevo creare il mio giardino, con tanto di fiori-musica e di alberi-poesia. Un giardino con siepi e prati ben potati, con aiuole di rose, primule, viole e girasoli. Un giardino pubblico, dove chiunque potesse andare a respirare una boccata di aria buona (…).



da“Il Pane del Girasole”, di Enzo Samaritani.



Il Teatro Arciliuto viene inaugurato l’11 novembre 1967. Da allora, Enzo Samaritani porta avanti la sua ricerca dedicata alla bellezza, insieme a un’appassionata campagna in difesa delle lingue e dei dialetti.